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Museo Tamo – Ravenna
Emilia-Romagna: Ravenna (RA)


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Museo Tamo – Ravenna

Emilia-Romagna: Ravenna (RA)

Itinerario di viaggio
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Tamo. E una dichiarazione d'amore quella annunciata a lettere cubitali sulla facciata romanica della chiesa di San Nicolò a Ravenna. Il romanticismo evocato dall'acronimo, che sta per "Tutta l'Avventura del Mosaico", è in sintonia con l'appassionata ricostruzione della storia e degli stili dell'arte musiva proposta in questo spazio espositivo davvero originale: una chiesa del 1364 sconsacrata nel 1798 Capitale, dopo Milano, dell’Impero Romano d'Occidente (nel 402 dopo Cristo), sede del regno di Teodorico, re dei Goti, e infine capitale dell'esarcato bizantino nel VI secolo. Ravenna conobbe i fasti della corte imperiale, fu teatro della fioritura dell'arte paleocristiana e cassa di bizantina, che trovava nel mosaico la tecnica più adatta a esprimere il misticismo della propria estetica. In questo contesto il mosaico trovò ampio sviluppo in città, prima come status symbol nelle domus dei notabili e poi come decoro negli edifici religiosi. E se la visita della città consente di ammirare tanti capolavori, da San Vitale al mausoleo di Galla Placidia, da Sant'Apollinare Nuovo a Sant'Apollinare in Classe, il Tamo accorcia le distanze. Qui i mosaici si svelano nei minimi dettagli le singole tessere accostate l'una all'altra, le sfumature dei colori, le diverse texture del marmo e della pietra. La collezione permanente si apre con la sezione "Pavimenta", che attraverso riproduzioni di particolari di importanti pavimenti antichi, realizzate dalla Scuola Bottega del Mosaico di Ravenna, racconta come la passione per il mosaico si sia affermata nel mondo romano già in epoca repubblicana. Pannello dopo pannello, seguendo il
perimetro della chiesa, si comprendono l'evoluzione della tecnica, l'uso dei materiali, i diversi tagli delle tessere l'introduzione di nuovi soggetti. I primissimi esempi erano realizzati con ciottoli e sassi, antesignani delle tessere lavorate a mano, tipica tecnica dell'Italia greca, come dimostra la copia di un pavimento di Mozia, in Sicilia, raffigurante una sorta di cavallo marino. Il passaggio
all'uso di marmo e pietre tagliate a mano apri il varco ai mosaici geometrici e a un'idea di decoro che poteva ricoprire superfici molto ampie. Così si arriva all'opus sectile, piccole lastre di marmo di varia dimensione, e all'opustessellatum, realizzato con uniformi tessere di marmo, bianche e nere o policrome. Ed ecco che approdiamo alle tecniche che, come scrisse Plinio il Vecchio, ambivano a
"dipingere con le pietre». Davanti alla copia del mosaico di Aquileia Asarotos oikos, sembra di trovarsi davanti al pavimento di un triclinio non spazzato: minuscole tessere dalle mille sfumature mostrano i resti di un pranzo appena consumato. Risalgono al III secolo dopo Cristo gli esemplari di "emblema", mosaici che ritraevano in genere il padrone di casa e che venivano realizzati su cavalletto e solo successivamente posti a terra. Infine la sezione "Eternità e storia" racconta l'ultimo atto dell'evoluzione del mosaico ravennate attraverso le copie dei mosaici medievali di San Giovanni Evangelista. Al centro della navata, le copie lasciano il posto agli originali: mosaici pavimentali le cui lacune non tolgono niente al fascino che si prova immaginandoli all'interno
di eleganti domus e basiliche. Gli occhi vengono catturati subito da un ordinato groviglio di rami, fiori e frutti, tenuto insieme da una cornice di figure geometriche. E’ il pavimento musivo rinvenuto durante gli scavi che hanno portato alla luce la basilica di San Severo, eretta a Classe il porto di Ravenna, alla fine del VI secolo per ospitare la tomba del vescovo successore di Apollinare. Per la prima volta esposto al pubblico, possiamo poi ammirare in verticale un mosaico proveniente da una domus ravennate del V secolo, la Domus con tappeti a cerchi e meandri: un pavimento con una grande varietà di disegni geometrici ma anche con foglie lanceolate e torri che hanno fatto pensare a una sorta di scacchiera. Il ritrovamento, avvenuto sotto la sala triclinare della Domus dei tappeti di pietra, un importante sito archeologico scoperto negli ultimi anni che ci svelai meravigliosi mosaici di un palazzetto bizantino, conferma la consuetudine di rimosaicare i pavimenti ogni volta che una domus cambiava padrone. L'area presbiteriale di San Nicolò ci introduce al mosaico contemporaneo. E davvero scenografica l'opera di Paolo Racagni, mosaicista nonché curatore di Tamo, intitolata Aurum: tutte le tessere in vetro impiegate hanno al loro interno una sottilissima foglia d'oro e provengono a storica ditta veneziana Angelo Orsoni. Proseguendo verso il chiostro si incontrano le 21 opere di "Mosaici tra Inferno e Paradiso", ispirate ai personaggi della Divina
Commedia ed eseguite da grandi artisti italiani del '900 Tamo termina con una sala molto suggestiva, che trasmette il senso e l'emozione della scoperta archeologica. Ancora mosaici pavimentali, semplicissimi, in bianco e nero, geometrici e regolari. Ma all'improvviso in un an
a un volto, barba e capelli lunghi, quasi sicuramente una divinità, che ispira il nome di questa sezione: Il genio delle acque". Si tratta dei pavimenti musivi della domus di piazza Anita Garibaldi, scoperti appena tre anni fa durante alcuni lavori stradali.
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