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Museo Interdisciplinare...
Sicilia: Messina (ME)


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Museo Interdisciplinare Regionale – MESSINA

Sicilia: Messina (ME)

Itinerario di viaggio
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La città siciliana devastata dal terremoto del 1908 recupera un pezzo della sua storia. Oggi il nuovo museo MuMe è la sede definitiva per molte opere salvate dal sisma. Fra queste, capolavori di Antonello e Caravaggio.

Il primo aggettivo che viene in mente per definire il MuMe è "sorprendente". Nulla si intuisce, dall'esterno, della ricchezza e varietà del Museo Interdisciplinare Regionale di Messina, la cui nuova e definitiva sede è stata inaugurata lo scorso giugno. Attraversando il parco verdeggiante che circonda la struttura, tra capitelli e frammenti di fontane, stemmi marmorei e perfino la ricostruzione di una delle imponenti porte urbiche, non si è preparati a quel che si vedrà. Che è tanto, è bellissimo ed è esposto con cura in ambienti dall'architettura piacevolmente moderna.

La storia del museo di Messina inizia nel 1914, quando re Vittorio Emanuele III ne decretò l'istituzione. All'indomani del devastante terremoto che nel 1908 aveva raso al suolo il 90 per cento della città, volontari e sopravvissuti si rimboccarono le maniche non solo per aiutare i feriti a collaborare per recuperare dalle macerie l’inestimabile patrimonio di opere d’arte rimasto sepolto. Fino a quel fatidico giorno di dicembre, Messina era stata una delle città più ricche e cosmopolite della Sicilia, in virtù della sua posizione sul mare che da secoli la rendeva luogo di passaggio per chiunque si recasse in Oriente. Individuata un’area alle porte della città, intorno ai ruderi di un monastero basiliano cinquecentesco, si stabilì di portare lì quadri, capitelli, statue parametri sacri, mosaici, tutto quel che riemergeva, insomma, fra i brandelli diroccati di chiese, palazzi, case private e del Museo Peloritano. Una quantità inverosimile di oggetti che andarono a formare le cosiddette "cataste", riparate per quanto possibile sotto tettoie e capannoni. I reperti più importanti furono
conservati nell'ottocentesca filanda Mellinghoff, a ridosso del complesso monastico ma miracolosamente rimasta in piedi. Fu qui che nel 1922 aprì i battenti il Museo Nazionale di Messina. Nel 1985 si avviò la costruzione di una nuova e più grande sede, ma problematiche tecniche, difficoltà di finanziamento, imprevisti e ostacoli hanno procrastinato la sua definitiva apertura fino al giugno 2017. In compenso quello che oggi si visita è un museo degno delle più grandi istituzioni italiane e straniere: oltre 17 mila metri quadrati fra aree verdi, spazi espositivi, depositi, biblioteca e l'antica filanda, convertita a esposizioni d'arte contemporanea. Tre piani (seminterrato e due livelli espositivi) si dispongono attorno a due ballatoi. Le sale, con le loro altezze diverse, le vetrate e le aperture sapientemente disposte, consentono a ogni passo suggestivi colpi d'occhio sulle opere. Gli ambienti interni sono in costante colloquio con l'esterno, l'ampio parco orlato dal mare scintillante dello Stretto, e sono tutti concatenati, come se i secoli si specchiassero l'uno nell'altro, in un continuo gioco di rimandi.

Il museo di Messina tiene insieme la storia della città dalle sue origini, e per questo la direttrice Caterina Di Giacomo lo definisce «un luogo dell'identità». Qui i messinesi possono riallacciare le fila del loro passato. La visita è una sorta di passeggiata nel tempo, e per questo il criterio scelto da Di Giacomo insieme con l'architetto Gianfranco Anastasio per l'allestimento è cronologico. Le sezioni sono otto, oltre a quella archeologica che documenta il passato greco e romano della città. Quest'ultima custodisce pezzi di grande valore, fra cui spiccano due sarcofagi in marmo finemente scolpiti e un rostro di bronzo, intatto e minaccioso. Si parte con il Medioevo, rappresentato dal frammento di un'iscrizione celebrativa in arabo in onore del conte normanno Ruggero. Poi ci sono la Conca di Gandolfo, fonte battesimale in marmo del 1135, i mosaici duecenteschi, la splendi da Madonnina degli storpi e un notevole Crocifisso trecentesco, di autore ignoto. Una saletta è dedicata al Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina. Lo spazio è buio, l'unica illuminazione è quella che accende 'oro delle antiche tavole: una visione sfolgorante. C'è anche una tavoletta bifronte, un oggetto piccolo ma prezioso, così come sono di grande valore gli incunaboli e i manoscritti quattro e cinquecenteschi esposti a seguire. Una serie di dipinti di produzione fiamminga (notevole la Deposizione quattro centesca di Colijn de Coter) ci introduce
al Rinascimento: la sala dell'Alibrandi è dominata da un gigantesco dipinto raffigurante la Presentazione al Tempio, opera di Girolamo Alibrandi (circa 1470-1524), considerato il Raffaello di
Messina, recuperato in mille frammenti fra i ruderi della chiesa di San Nicolò e pazientemente ricomposto. Pochi passi ci portano alla "piazza manierista", dominata dal formidabile Nettuno
che Giovanni Angelo Montorsoli, stretto collaboratore di Michelangelo, scolpi per l'omonima fontana che nel 1557 gli era stata commissionata dal Senato messinese. La sala accanto ospita i due pezzi da novanta del museo: La resurrezione di Lazzaro e l'Adorazione dei pastori, opere
potentissime di Caravaggio, dipinte nel 1609 e dunque fra le ultime della sua breve e tumultuosa vita. Al piano superiore il Seicento si conclude con una selezione di icone per poi presentare il Settecento attraverso i sontuosi marmi mischi provenienti dalla chiesa di San Gregorio, un paliotto d'argento e rame del 1731, pianete minutamente ricamate con perline di corallo. Da un ballatoio ci si sporge ad ammirare la lussuosa carrozza rococò del Senato messinese, da un altro si osserva la cripta dell'antico monastero del Santissimo Salvatore su cui è stato costruito il museo (da una vetrata si riconoscono le absidi della chiesa). E poi le stampe ottocentesche dell'incisore Tommaso Aloysio Juvara e gli ultimi dipinti a ridosso del terremoto fino all'autoritratto di Salvatore De Pasquale del 1907 che, col suo sguardo giovane e deciso, suggella i27 secoli di storia custoditi fra queste mura.

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