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Oratorio di San Giorgio...
Veneto: Padova (PD)


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Oratorio di San Giorgio - Padova

Veneto: Padova (PD)

Itinerario di viaggio
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Nella Padova medievale, guadagnarsi una sepoltura nei pressi della basilica di Sant'Antonio era indice di immenso prestigio, nonché un buon viatico per il Paradiso. Ma se targhe e sarcofagi disseminati nella grande chiesa sono visibili e noti, non tutti sanno, padovani compresi, che uno degli edifici sacri affacciati sul sagrato altro non è che la cappella gentilizia dei marchesi Lupi di Soragna, famiglia molto potente, intima della corte dei Carraresi, i signori di Padova alla metà del 300. Correva l'anno 1377 quando Raimondino Lupi, condottiero di fama, riusciva a farsi costruire, grazie a una mirabile azione di pubbliche relazioni, una cappella funeraria accanto alla basilica, affidando al veronese Altichiero da Zevio, degno erede della tradizione giottesca, la decorazione interna. Raimondino non vedrà l'opera compiuta (morirà tre anni dopo) né la sua altissima arca sepolcrale godrà di buona fortuna, in gran parte smantellata e relegata lungo una parete della cappella. A rendere onore a questo signore del passato, e a suo cugino Bonifacio che ne curò le volontà testamentarie, restano gli splendidi affreschi di cui rifulge l'oratorio di San Giorgio.


Quando Altichiero entra nell'oratorio è già una star indiscussa: a distanza di 70 anni il prototipo della cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto ha fatto scuola, la koinè ieratica tardo-bizantina è finita nel dimenticatoio e lui ha appena terminato in basilica, nella cappella di San Giacomo, una Crocifissione che passerà alla storia. Degli Scrovegni l'oratorio ha l'identico impianto, ad aula unica e volta a botte, arioso e soffuso di luce grazie a sei monofore: il pittore si ritrova così a modulare le scene in modo analogo al grande maestro, articolando i racconti lungo le pareti in ampie fasce a doppio registro. Ecco quindi emergere, in una fitta sequenza che stupisce e abbaglia, una moltitudine di figure fluide, dolci, rosate, dalla gestualità naturale; un vero spaccato di vita trecentesco che pur rispettando i desiderata auto celebrativi della committenza dà vita a una cronaca di costume, risultando perciò comprensibile anche dal popolo semplice dei fedeli.
A fare gli onori di casa, sulla parete sinistra, è San Giorgio, titolare della cappella, scelto come testimone di una casata affollata di militi e cavalieri, ritratto in varie fasi della sua vita. Senza perdere l'eleganza gotico-cortese prediletta dalla corte carrarese, Altichiero si tuffa negli eventi e "fotografa" l'attimo con un realismo che trasporta episodi leggendari nella Padova e nel Veneto dei suoi giorni. Ecco quindi San Giorgio che battezza il re Sevio sotto gli occhi di Francesco Petrarca (alla corte dei Carraresi dal 1367 alla morte, nel 1374) e del suo segretario Lombardo della Seta,
contornato da una folla variopinta, inserita in una scenografia aperta e profonda, ricca di sottarchi bicromi e loggette, antesignana della prospettiva che verrà. Di grande forza è anche la scena del supplizio della ruota, vanificato dall'intervento di angeli crociati (le insegne della città) che mandano in pezzi lo strumento di tortura. Qui, sotto un portico tutto veneziano, il movimento si fa
centrifugo e i personaggi si ritraggono a destra atterriti. Nulla è lasciato al caso, e nel dinamismo la pittura ha una precisione lenticolare: gli sguardi, i panneggi cangianti, i risvolti a contrasto degli abiti, i copricapi di foggia orientale. Il destino di Giorgio si compie nella scena della decapitazione, in cui alla serenità del santo, dal volto incredibilmente simile a quello del Cristo, fa da contrappunto la determinazione del carnefice, posto di tre quarti e bloccato per sempre nell'attimo prima di assestare il colpo. Sulla sinistra, un padre trascina via il figlio per impedirgli di guardare. Il messaggio di Altichiero è sono le vicende umane il fulcro della scena, il '400 e l'umanesimo sono dietro l'angolo e cancelleranno per sempre il teocentrismo medievale.


Nel pantheon dei marchesi Lupi anche alcune sante avevano un ruolo di rilievo: ad affollarsi sulla parete di destra sono dunque le vicende di Santa Caterina d'Alessandria e di Santa Lucia, cui Raimondino aveva già dedicato un ospedale a Mantova. Ancora una volta il grande frescante reinterpreta in modo personalissimo la lezione di Giotto e le sante donne diventano donne sante,
straordinarie sì ma sempre calate nelle quotidianità. Valga per tutti la figura di Lucia ritratta nuda durante il supplizio dell'olio bollente (che miracolosamente non andrà a buon fine), per l'epoca un vero e proprio azzardo. Serena, florida, formosa, la santa ha qui forse le fattezze della compagna dell'artista. Grandiosa è poi la scena della santa condotta al lupanare, nel tentativo fallito di farla
prostituire, forse la più bella dell'intero ciclo. Qui il dinamismo incalza e la posa è degna dello scatto di un grande fotografo: uomini e animali (ben sei coppie di buoi) provano a trascinare
via la donna, in un muscolare sforzo collettivo tagliato proprio come un fotogramma. Lucia, ammantata di rosso, rimane la protagonista, ma l'attenzione scivola via via su colori e particolari,
dalle picche dei soldati allo sguardo mansueto dei buoi. I1 tutto inserito in un contesto architettonico reso con precisione quasi miniaturistica, che si esprime al livello più alto nella scena
affollata (immancabile la presenza di Petrarca) dei funerali della santa. L'artista ambienta l'episodio in una chiesa assai simile alla basilica del Santo, dove la fuga di archi a tutto sesto ha già un respiro prerinascimentale.


Altichiero è stato quindi un grande innovatore, molto sensibile alla veduta urbana, capace di raccontare il suo tempo con intuizioni che anticipano il '400.
Il momento migliore per godere la pittura dell'oratorio è senza dubbio intorno a mezzogiorno, quando la luce tenue della pianura veneta invade la navata, svelando particolari e tonalità degli
affreschi, compresi quelli della Crocifissione sulla parete di fondo. Non a caso l'oratorio, insieme ad altri sette monumenti padovani, fa parte del sito seriale "Padova Urbs Picta", inserito nella tentative list (la lista dei siti candidabili) del Patrimonio Mondiale Unesco. La città vanta la maggior superficie di affreschi trecenteschi in Europa, irripetibili per unità stilistica e messaggio iconografico.
Le meraviglie della città dipinta.
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