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Rifugio e Ostello Curò,...
Lombardia: Valbondione (BG)


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Rifugio e Ostello Curò, Valle Seriana

Lombardia: Valbondione (BG)

Itinerario di viaggio
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Una delle passeggiate più amate della valle bergamasca ha come meta non solo la storica baita del Cai ma anche un ardito esperimento di architettura eco sostenibile in alta quota.
Appare già dal fondovalle un parallelepipedo color ruggine sulla sommità di un salto di roccia. Non fa nulla per attrarre l’attenzione, mimetizzandosi dietro un paio di tralicci dell’alta tensione. Eppure è popolarissimo, tanto che ogni sabato e domenica il sentiero che va da Valbondione, in alta valle Seriana, consente di raggiungerlo in due ore e mezza di cammino è sempre affollato: Andiamo al Curò. Già ma quale? Nel settembre 2013 è stato infatti inaugurato, accanto al preesistente Rifugio Antonio Curò del Cai di Bergamo, l’Ostello al Curò, raddoppiando così l’offerta di ospitalità ai 1.900 metri di altitudine di questo incantevole angolo delle Orobie. Questo è un luogo di grande rilievo storico, spiega Stefano D’Adda, agronomo e giornalista, ma soprattutto profondo conoscitore della zona. Il primo rifugio venne costruito nel 1886 e si trattava proprio dell’edificio che oggi è stato trasformato in ostello. Al tempo era una sorta di nido d’aquila, affacciato sulla valle Seriana da un lato e su una tranquilla conca alluvionale dall’altro. “Era un punto di arrivo, pochissimi all’ora proseguivano”.
La storia continua nel Novecento. Nel corso della prima guerra mondiale venne costruita la mulattiera che ancora oggi porta al Curò. All’epoca serviva a tracciare una via il più possibile comoda per raggiungere il passo di Caronella e la Linea Cadorna, che correva proprio sullo spartiacque tra Valle Seriana e Valtellina. Nel 1931 venne inaugurata la diga che originò il lago artificiale del Barbellino. Nel 1973 fu costruito il nuovo rifugio Antonio Curò che mandò temporaneamente in pensione il primo ricovero. La mulattiera parte poco a monte della frazione Grumetti. All’inizio si snoda nel bosco ed è stata allargata per consentire ai fuoristrada di raggiungere la teleferica utilizzata per portare i rifornimenti in quota. Appena oltre si prosegue in campo aperto con pendenze mai troppo severe. C’è modo così di osservare il maestoso ambiente che porta al Curò, dominato sulla sinistra dal Pizzo Coca che con i suoi 3050 metri di quota è la montagna più alta delle Orobie. Di fronte al sentiero a sinistra dell’ostello sempre in vista, si nota l’intaglio nella parete rocciosa scavato dalle cascate del Serio. Il salto dell’acqua che precipita per 315 metri in tre balzi successivi, si può ammirare solo cinque volte all’anno in occasione delle aperture programmate della diga sul lago del Barbellino. Lo spettacolo attira ogni volta decine di migliaia di spettatori che affollano l’intera testata della valle Seriana. Appena prima di raggiungere Curò, si affronta un tratto di mulattiera scavata nella roccia. Non c’è nessun pericolo il sentiero è ampio e ci si può sostenere grazie ad una robusta corda fissata alla parete. Un’ultima curva e finalmente l’ostello al curò è proprio difronte a noi.
Gli interventi di manutenzione susseguitisi nel tempo avevano nascosto con l’intonaco il vero volto dell’edificio del 1886, rendendolo in qualche modo anonimo spiega l’architetto Paolo Belloni autore del progetto di recupero del primitivo rifugio. “Abbiamo innanzitutto scelto di evidenziare le irregolarità della costruzione, riportando alla luce la pietra chiara del Recastello (un monte poco distante). Anche la decisione di utilizzare l’acciaio corten, noto per le sue caratteristiche di resistenza alla corrosione, per completare gli esterni e in qualche modo legata al territorio: il suo colore rugginoso richiama quello delle rocce ferrose dell’Alta val Seriana, ben visibili anche accanto al sentiero di salita.” Ma è all’interno che l’ostello rivela il suo carattere innovativo per un edificio posto a quasi duemila metri di quota. Il piano terra è quasi tutto occupato da una grande sala comune con biblioteca e impianto per proiezioni: uno spazio multifunzionale adatto anche per accogliere eventi e conferenze in un ambiente tecnologicamente al passo con i tempi. Tutti i rivestimenti degli ambienti sono in rovere naturale. L’acqua calda è fornita dai pannelli solari, mentre le stanze sono riscaldate utilizzando pannelli in fibra di carbonio.
Difficile staccarsi da questo luogo, che non a caso viene preferito all’adiacente rifugio da chi al Barbellino intende fermarsi più giorni, utilizzandolo come una sorta di campo base per le escursioni in questa zona delle orobie, ricca di punti anche molto diversi. Si possono avvistare gli stambecchi e i camosci che popolano azienda Faunistico Venatoria Valbelviso - Barbellino, dice D’Adda. Ma anche ammirare gli ultimi lembi del ghiacciaio di Trobio, uno dei pochi rimasti sulle orobie che nella prima metà del Novecento era ben più esteso, tanto che vi si svolgevano perfino gare di sci e osservare come le glaciazioni hanno contribuito a modellare il paesaggio odierno. È un luogo perfetto per la didattica proprio perché in un’area ristretta si possono osservare molteplici aspetti peculiari della natura in alta quota: botanici, faunistici, geologici, conclude D’Adda. Davvero niente male come aula scolastica.
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