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Acquedotto Leopoldino
Toscana: Livorno (LI)


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Acquedotto Leopoldino

Toscana: Livorno (LI)

Itinerario di viaggio
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È un capolavoro d’ingegneria e di architettura neoclassica l’opera creata tra ‘700 e ‘800 per dissetare i livornesi: dalle fonti collinari di Colognole al Cisternone in città.
Da tempo la sua acqua non finisce più nelle case ma la memoria dell’acquedotto Leopoldino continua a suscitare l’effetto dei livornesi. La cisterna cittadina, il cisternone in stile neoclassico – uno dei simboli della città – che guarda una trafficata via del centro è presenza familiare e rassicurante dal 175 anni. Ricorda che Livorno deve molto del suo sviluppo proprio all’acquedotto ideato alla fine del ‘700 per risolvere la cronica carenza d’acqua potabile che l’affliggeva. Il problema aveva spinto il granduca di toscana Pietro Leopoldo a cercare una soluzione tra i colli alle spalle della città. Per placare la sete di Livorno vennero scelte le polle della valle del torrente Morra, presso Colognole: acque limpide e freschissime, il cui flusso non subiva rilevanti variazioni nel corso delle stagioni. E lo sapevano bene contadini e artigiani che sulla morra avevano costruito i loro mulini, ben diciotto: in poche altre vallese ne trovava una concentrazione così alta.
I lavori per portare al mare le acque delle fonti di Colognole presero il via nel 1793 grazie a Ferdinando III figlio di Pietro Leopoldo e proseguirono con il nipote Leopoldo II: una complessa rete di condotte sotterranee e sopraelevate lunga 18 chilometri che univa le sorgenti alle fontane della città. Il progetto di Giuseppe Salvetti, portato a compimento da Pasquale Poccianti nel 1816 era un esempio di alta tecnologia, sviluppato con accuratezza scientifica perché durasse in eterno, ma realizzato con la cura estetica che il secolo dei lumi riservava alle opere pubbliche. Ed è proprio il felice incontro di tecnica e bellezza che fa oggi dell’acquedotto un monumento degno di visita, in ogni sua parte: dalla città ai camminamenti nel bosco che conducono alle suggestive sorgenti all’ombra di lecci secolari, meta ideale per un’escursione nelle calde giornate estive. Prima di spingersi sulle colline, il Cisternone attira lo sguardo con le sue rigorose simmetrie, il colonnato tuscanico e la semi cupola decorata a cassettoni. La gran conserva d’acqua progettata da Poccianti, conclusa nel 1842 è tra gli esiti più alti del neoclassicismo italiano, disegnata con un occhio al passato (la cupola del pantheon di Roma) e uno all’architettura rivoluzionaria francese di Ledoux e Boullee. Il suo affascinante interno non è visitabile per ragioni di sicurezza: è ancora oggi il cuore del sistema idrico livornese. Lasciata la città, con la provinciale 5 si raggiunge Colognole, frazione di Collesalvetti, nel cui territorio si sviluppa l’itinerario che conduce alle sorgenti. La comparsa delle costruzioni dell’acquedotto tra il fitto della vegetazione è una sorpresa: strutture circolari o a edicola, simili a tempietti, sono ricoperte dal muschio sotto la copertura delle essenze mediterranee. Testimoniano il grande impegno dei progettisti nel concepire un’opera tanto utile quanto bella. Si cammina sulle condotte dell’acqua in pietra tra gli archi, ponticelli, bottini (piccole cisterne) e scalinate che fanno ormai parte del bosco, proprio come i lecci e le querce. Il primo edificio, un bottino di ispezione circolare, si svela tra gli alberi all’improvviso. Subito dopo un muraglione alto cinque metri protegge il sentiero e l’acquedotto dai movimenti della collina. Superato lo sbarramento, ecco l’aggraziato Bottin Tondo: a destra e a sinistra una doppia rampa di scale lo abbraccia e conduce a una strada pavimentata. Non è altro che una condotta fuori terra che sale alle principali fonti dell’acquedotto le Polli Maggiori. Basta fermarsi e restare in silenzio per rendersi conto che l’acqua scorre ancora sotto le pietre. Al termine del condotto ci si ritrova nella radura che ospita le quattro polle: una costruzione circolare e tre edicole dai timpani neoclassici protetti da una lecceta secolare con fusti di oltre 15 metri.
Il sentiero si fa via via più spettacolare e dopo aver superato il “tempietto” che ospita le polle della Chiesina, un ponte ad archi fa superare all’acqua un dislivello improvviso. In pochi minuti si è alla pima sorgente dell’acquedotto, la fonte della Terrazza. Lo spiazzo è guardato da un’ampia terrazza a cui si accede grazie a una gradinata coperta. Il percorso, che non richiede più di un’ora e mezza di cammino, copre una piccola parte dei 18 chilometri dell’acquedotto, ancora oggi scanditi dalla successione di condotte sotterranee e di ponti su arcate. Alcuni si incontrano anche senza addentrarsi nel bosco, percorrendo in auto le provinciali 6 e4 che riportano in città, come quello possente che supera la valle della Tanna. Queste opere necessitano di interventi conservativi che ne preservino la maestosa bellezza, spesso intaccata dalla forza della vegetazione: le opere murarie dei ponti si stanno in qualche caso disgregando e di recente è stata necessaria una squadra di volontari per liberare l’itinerario escursionistico che costeggia per intero l’acquedotto. Giunti nei pressi di Livorno, in località Pian di rota, il profilo severo ma elegante del cisternino disegnato da poccianti si impone nel paesaggio con gli stessi moduli dei cisternoni, impiegati qui con un orientamento differente. Sullo sfondo di questo “palazzo” dell’acqua appare la condotta che punta verso la città: la corsa dell’acquedotto volge al termine, sostenuta dagli archi dell’ultimo ponte.
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